Quale è il vero costo dei contanti?

Scritto il alle 18:27 da redazione [email protected]

Di seguito pubblichiamo un’analisi elaborata da Alessandro Onano, Cmo di MoneyFarm, sul costo dei contanti. L’esperto nella sua ricerca ha preso spunto da uno studio della Banca centrale europea che ha indicato in 60 miliardi di euro annui il costo dei contanti. Di questi, oltre 10 miliardi di euro colpiscono l’Italia.

Anche se c’è ancora poca consapevolezza circa questo argomento (spesso alimentata da una certa opinione pubblica avversa alla diffusione dei pagamenti virtuali), è un fatto che il costo dei contanti è elevato; un costo che deriva non solo dalla stampa delle banconote e dal conio delle monete, ma anche dalle spese di distribuzione e di controllo a cui si aggiungono gli oneri per la sicurezza per il trasporto e la conservazione dei valori.

Uno studio della Banca Centrale europea ha evidenziato che l’Europa spende ogni anno lo 0,46% del suo PIL (60 miliardi di euro) per il denaro. E in Italia, dove il denaro cartaceo è più diffuso che altrove, i costi ammontano ad oltre 10 miliardi di euro, pari allo 0,52% del PIL (valore superiore a quello, 0,40%, rilevato nella media degli altri paesi europei). Questo significa che per pagare il personale, le perdite, i furti, le apparecchiature, il trasporto, la sicurezza, i magazzini, la vigilanza, le assicurazioni spendiamo circa 200 euro a testa l’anno.

Confrontando i costi per operazione, il costo sociale del contante (0,33€) è ancora minore di quello delle carte di debito (0,74€) e di credito (1,91€) ma questo è principalmente dovuto al minore importo medio dei pagamenti in contati rispetto agli altri metodi. Se rapportato al valore medio dell’operazione il contante risulta al contrario lo strumento più costoso (2%).

Fino a pochi anni fa questi costi venivano considerati quasi naturali ed ineliminabili ma  la veloce estensione dei moderni sistemi di pagamento elettronici, dalle carte di credito all’internet banking, la quantità di denaro concretamente in circolazione tende sempre più a ridursi a vantaggio degli scambi puramente virtuali.

L’inversione di tendenza è quindi in atto ma l’Italia, culturalmente legata al denaro tangibile, è ancora una volta fanalino di coda nel processo di sostituzione. Lo conferma anche l’Abi secondo la quale l’Italia è tra gli stati occidentali con il più basso utilizzo di carte di credito. Secondo la più recente mappatura, sono 34,2 milioni le carte e 33 milioni i bancomat. Al Nord del paese si concentra il 57% delle carte in circolazione contro il 22% del Centro e il 21% di Sud e Isole.

Ma la guerra al contante è una sfida di civiltà economica per un motivo fondamentale: i soldi, quelli fatti di carta e metallo, costano troppo ma sono anche il veicolo che maggiormente favorisce l’evasione fiscale.

In verità, sul fronte dell’incentivazione della moneta elettronica come mezzo contro l’evasione fiscale (in Italia il sommerso rappresenta una forchetta tra il 16,3% e il 17,5% del PIL), qualche passo è stato fatto anche in Italia.

Il primo è stato il Decreto Bersani del 2006 che ha introdotto limiti precisi all’uso del denaro contante e degli assegni non tracciabili a favore di mezzi di pagamento tracciabili (fatta eccezione per somme inferiori a 100 euro). Nel 2010 è stata data una ulteriore stretta non rendendo più possibile trasferire denaro contante, avere libretti al portatore, emettere assegni trasferibili di importo superiore a 5.000 euro e successivamente dal Governo Monti con i famosi 999 euro di contanti trasferibili al massimo.

L’impegno delle banche nella direzione della virtualizzazione del denaro è costante: se da un lato le banche non chiedono alcun tipo di commissione annua per i bancomat mentre per le carte di credito (i circuiti più diffusi in Italia sono Visa, Mastercard e American Express) a volte il costo per la carte è compreso nel canone annuo del conto corrente, altre volte è un extra che raramente supera quota 50 euro, di recente molti istituti hanno introdotto dei costi per il prelievo del denaro dagli sportelli, in modo da incentivare i clienti a passare ai conti online e a usare bancomat e carte di credito.

Ma la lotta alla cartamoneta si basa anche su altri argomenti, tra cui la sicurezza e la salute. Il 40% delle rapine che si registrano in Europa sono messe a segno in Italia. Inoltre la Banca d’Italia riconosce ogni anno 72 mila banconote false (387 mila in Europa). Quanto agli aspetti igienici, la vita media di un biglietto di piccolo taglio è di circa 18 mesi, mentre una banconota si taglio grosso passa di mano in mano anche per 7 anni e mezzo. Il 18% delle monete e il 7% delle banconote in circolazione sono veicoli di batteri anche potenzialmente pericolosi come l’escherichia coli e lo stafilococco aureo.

Dunque monete e banconote hanno vita breve? In realtà la strada è ancora lunga. Attualmente sono in circolazione oltre 13 miliardi e 600 milioni di banconote per un valore di 815 miliardi e ogni anno ne vengono rimpiazzate tra 6 e 10 milioni. Sul fronte delle monete, ne circolano 91 miliardi e oltre 800 milioni di esemplari che valgono, in totale, quasi 22 miliardi di euro e che formerebbero, messe una sopra l’altra, una pila lunga 4 volte la circonferenza della Terra.

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5 commenti Commenta
alessandroecristina
Scritto il 1 aprile 2014 at 21:24

Un fantastico articolo pieno di sciocchezze e menzogne , sembra scritto dall’ABI …complimenti!

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galactus
Scritto il 2 aprile 2014 at 03:06

Incredibile leggere queste parole e sciocchezze. Immagino che tutti i grandi evasori in italia si spostano con centinaia di milioni in contanti in valigette di pelle. Chissà’ come avrà’ fatto De Benedetti accusato di oltre 200 milioni di evasione. Oppure le grandi aziende, banche ed assicurazioni responsabili del 60% circa del totale evaso nel nostro paese. In contanti, ma certo. In Emilia si usa dire: it propri un defizant. Immagino si capisca, no?

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alessandroecristina
Scritto il 2 aprile 2014 at 10:34

hahahah bravo Galactus…

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andrea4891
Scritto il 2 aprile 2014 at 13:56

articolo di una falsità e una idiozia estreme

e non mi scuso se sembro offensivo

visto che nessuno si scuserà con me per avermi fatto leggere delle baggianate simili

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andrea4891
Scritto il 2 aprile 2014 at 14:00

leggo ora la data dell’articolo: 1 aprile

se voleva essere un pesce d’aprile era comunque osceno e di cattivo gusto

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