I bond in dollari Usa a tasso fisso strizzano l’occhio all’investitore se la Fed allontana il rialzo dei tassi

Quella che sta finendo è stata un’estate particolarmente movimentata sui mercati finanziari globali. Il sentiment positivo che aleggiava tra gli investitori ad inizio anno dopo il lancio del QE da parte della Bce è stato offuscato dalle nubi provenienti dapprima dalla Grecia e poi dalla Cina.

Archiviate per il momento le vicissitudini di Atene, a spaventare in questo momento è in particolar modo il rallentamento della seconda economia del mondo. In un’economia sempre più globalizzata ed interconnessa, il possibile calo dei consumi cinesi rischia di impattare negativamente sulle previsioni reddituali delle aziende europee ed americane che esportano nei Paesi Emergenti.

Il crollo dei listini azionari cinesi e le sue ripercussioni spaventa non solo le aziende ma anche le banche centrali, ormai da anni protagoniste di politiche monetarie non convenzionali. Chi potrebbe mutare la strada tracciata è proprio la Federal Reserve americana.

La Banca centrale statunitense negli scorsi mesi ha preparato il mercato circa l’inizio della fase di stretta creditizia. Janet Yellen in occasione dell’ultimo meeting della Fed ha dichiarato che entro fine 2015 i tassi di interesse sarebbero stati alzati visto il brillante andamento dell’economia americana.

Nei mesi scorsi la strada verso una normalizzazione della politica monetaria Usa ha favorito un apprezzamento del dollaro americano nei confronti di tutte le principali valute. In questo senso basti pensare a come da inizio anno ad oggi le quotazioni dell’euro nei confronti del biglietto verde siano scese di oltre l’8%. Nello stesso periodo il Dollar Index si è rivalutato di quasi il 7%.

Il rallentamento dell’economia cinese e il crollo delle quotazioni delle materie prime, conseguenza diretta di una minor domanda proveniente dai Paesi Emergenti, sono tuttavia due variabili che potrebbero spingere la Fed a rinviare il rialzo dei tassi. Alcuni analisti iniziano a indicare il 2016 come anno del primo rialzo, dimostrando così di non ritenere più valide le indicazioni date da Janet Yellen prima del crollo dei mercati asiatici.

Se questo dovesse verificarsi, le obbligazioni a tasso fisso in dollari potrebbero ritornare a essere un’interessante alternativa di investimento. In generale e storicamente, a favore di questa tipologia di impiego vi è un maggior ritorno per gli investitori rispetto ai bond a tasso variabile.

Tra questa tipologia di obbligazioni vi è il bond Banca IMI Collezione Tasso Fisso Dollaro USA Opera VI (codice Isin: XS1251080088). Avente scadenza 26 giugno del 2022 e taglio minimo di 2 mila dollari Usa, l’obbligazione in dollari statunitensi presenta una cedola annua lorda del 3,5%.

Il rendimento lordo offerto dallo strumento è decisamente superiore rispetto a quello prezzato sul mercato secondario dai titoli di Stato americani. I Treasury Note a 5 anni attualmente prezzano un rendimento dell’1,499%, quelli a 10 anni del 2,154%.

Non va infine dimenticata un’altra cosa che gioca a favore di questo strumento. Se la Fed dovesse effettivamente allontanare l’inizio della fase di stretta creditizia, il cambio euro/dollaro potrebbe essere caratterizzato da una ripresa delle quotazioni della divisa unica europea rispetto a quella americana.

L’investitore che decidesse di acquistare il bond in seguito a una ripresa dei corsi dell’euro in questo modo potrebbe contare nel lungo periodo su un potenziale extra rendimento. Anche nel caso la Fed decidesse di posticipare la fase di inizio di rialzo dei tassi, le differenze macroeconomiche esistenti tra Europa e America permangono marcate e nel medio termine sarà inevitabile assistere a una divergenza tra l’atteggiamento di politica monetaria delle due banche centrali.

Mentre la Bce di Mario Draghi proprio ieri ha fatto intendere agli investitori che le politiche monetarie non convenzionali adottate dall’Eurotower potrebbero essere estese su un orizzonte temporale più esteso rispetto a quello inizialmente indicato, i dati sulla crescita e sul mercato del lavoro Usa non potranno essere trascurati a lungo dalla Fed e questo è il maggior assist per una nuova rivalutazione del dollaro americano sull’euro nel medio termine.

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